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Premessa
Si è scelto, in questo lavoro, di indagare il mondo del fumetto,
in particolare di quello statunitense e dei supereroi dagli anni ’60
ai giorni nostri, non avendo la pretesa di occuparsi di un’eventuale
valenza estetica pura del fumetto stesso, ma piuttosto, del senso
estetico-sociologico dei contenuti di queste opere. Si da, qui,
abbastanza per scontata, e si rimanda ad altre sedi per eventuali
discussioni su questo argomento, la valenza sociologica del fumetto
di supereroi statunitense.
Si citano a favore di questa tesi solo due fatti: il largo
consumo del prodotto fumetto da parte del pubblico giovanile (e non
solo) statunitense, che sfocia, poi, in particolare nel nostro caso,
in una vasta conoscenza, da parte della massa statunitense, a
proposito dei mondi fantastici ideati dalle due maggiori case
editrici che si sono occupate del fumetto che qui trattiamo (Marvel
Comics e DC Comics); il fatto che, nel 1954, sia stato pubblicato un
famoso saggio - che avrebbe poi portato all’unico momento di crollo
del mercato supereroico - da parte dello psichiatra Fredric Wertham,
intitolato Seduction of the innocent, che
«aveva accusato i
comic books di sedurre ragazzi innocenti e di portarli sulla cattiva
strada» (Meo, Roma, 2003, p. 5).
A conferma, citiamo alcune testimonianze: «Che le comic strips
vengano lette, almeno negli Stati Uniti […] dagli adulti più che dai
ragazzi, è fenomeno assodato; che dei comic books vengano prodotti
circa un miliardo di copie all’anno nei soli Stati Uniti, ci è
rivelato dalle statistiche […]. Che infine questa letteratura di
massa ottenga una efficacia di persuasione paragonabile solo a
quella delle grandi raffigurazioni mitologiche condivise da tutta
una collettività, ci viene rivelato da alcuni episodi altamente
significativi. […] Si pensa […] a casi in cui tutta l’opinione
pubblica ha partecipato istericamente a situazioni immaginarie
create dall’autore di comics come si partecipa a fatti che toccano
da vicino la collettività» (Eco, Milano, 1964, p. 226-7).
«Ci sono innumerevoli […] esempi: quando Dagwood e Blondie
(famosi protagonisti dei comics, N. d. R.) non sapevano decidersi
sul nome del loro secondo bambino, più di quattrocentomila lettori
si offersero di risolvere il loro dilemma; […] Milton Caniff ebbe
l’audacia senza precedenti di uccidere un personaggio dei fumetti (Raven
Sherman) e fu assalito dai lettori infuriati che manifestavano la
loro violenta indignazione per la sua sfrontatezza» (Manning White e
Abel, 1966, Milano, p. 11).
«Quando fu rivelato al pubblico degli anni ’30 che Joe Palooka
(famoso personaggio dei comics, N. d. R.) si manteneva in forma
mangiando formaggio, le vendite di questo latticino aumentarono in
modo così impressionante che l’Istituto Caseario Nazionale incoronò
in segno di riconoscenza il creatore di Palooka, Ham Fisher, "Re del
Formaggio per il 1937"» (ivi, p. 28).
Assunta questa tesi, quindi, la prima scelta metodologica è stata
quella di occuparsi solo di quelle che oggi sono definite case
madri, ovvero Marvel e DC, le due case editrici più grandi (e molto
lontane dalle altre in termini di vendite) se parliamo di fumetto di
supereroi. Abbiamo scelto proprio queste, e non altre (le cosiddette
indipendenti), poiché le riteniamo più rappresentative dal punto di
vista sociologico.
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I motivi sono i seguenti:
- le case madri raggiungono un pubblico più vasto;
- interessano, per l’età, un target più ampio;
- accettano il Comics Code Authority, ovvero l’organo della
censura, e parlano, dunque, solo di ciò di cui si può parlare
(ricordiamo - solo per far capire quale fosse il grado di censura -
e, di conseguenza, il livello di intelligenza degli autori nel saper
parlare di temi scottanti anche in questo contesto - che, negli anni
’60, era proibito disegnare i capezzoli nei petti maschili nudi).
Sempre in quest’ottica, la maggior parte delle parole sarà spesa
per parlare della Marvel, in quanto inventrice ufficiale del mondo
dei "supereroi con superproblemi" e, in particolare, di quello del
supereroe diverso ed emarginato. È importante chiarire, dal punto di
vista del metodo bibliografico, che la letteratura saggistica sul
fumetto di questo tipo, almeno in Italia, è sufficientemente scarsa
e frammentaria. Spesso, preziose informazioni filologiche pervengono
all’appassionato tramite le risposte dei redattori nella pagina
della posta degli stessi fumetti. Molto di questo lavoro è stato
compiuto basandosi direttamente sui fumetti letti in quindici anni
di passione specifica e sulle informazioni di cui sopra.
Coerentemente, la bibliografia di questa tesi sarà composta di
testi filosofici, estetici, sociologici e che trattano del fumetto,
ma la maggior parte delle fonti proverrà da specifici dialoghi o
monologhi del fumetto e, soprattutto, sarà l’insieme del maxi-testo
composto dai vari mondi inventato dalle diverse case editrici. Si
tratterà, quindi, di un testo organico, di cui probabilmente nessuno
ha potuto leggere tutto, perché si tratta di tantissime serie nel
corso di tantissimi anni. Ogni lettore, quindi, fruisce di una parte
di questo organum, cogliendone, bergsonianamente, l’intera essenza
(del mondo fittizio nel quale sta entrando e dell’eroe specifico di
cui sta leggendo le storie).
Dal punto di vista metodologico, dunque, si seguirà la scia
dell’antropologo Geertz, che, per primo, in maniera decisa e
radicale, ha proposto «l’estensione dell’idea di testo al di là del
materiale scritto, e perfino al di là di quello verbale» (Geertz,
Bologna, 1998, p. 431). Egli dichiara, infatti, che quest’idea
«non è poi una grande novità»,
ma denuncia il fatto che non sia ancora
«teoricamente sviluppata» (ibidem) e che
«il corollario più profondo
[…] secondo il quale le forme culturali possono essere trattati come
testi, come opere dell’immaginazione costruite con materiali
sociali, deve ancora essere sfruttato sistematicamente» (ibidem). Si
cercherà, infatti, di seguire i percorsi indicati dal sociologo Lowenthal che si augura che un giorno
«l’interpretazione del ruolo
sociale dei prodotti della letteratura artistica e non artistica
potrà essere ricondotta ad una unica formulazione teorica» (Lowenthal,
Napoli, 1977, p. 29), di Manning White e Abel [1966] che affermano
che il vero autore del fumetto sia il pubblico e che, invece di un
messaggio, i comics contengano l’immagine riflessa dei loro lettori,
diventando, così il teatro popolare delle masse americane, ma anche
di Eco (1964) che si chiede quanto un fumetto possa essere un
quotidiano e corrosivo pamphlet e quanto, invece, non svuoti le
situazioni e le sdrammatizzi in maniera qualunquistica.
Riportiamo, al riguardo, uno stralcio di Apocalittici e
integrati che ben riflette la peculiarità dell’espressione
artistica basata sul fumetto. A sua volta Eco riporta e commenta
un’intervista ad Al Capp, creatore di Li’l Abner, uno dei fumetti
più famosi d’America. «"Il fumetto è il più libero dei mass media",
dice. Infatti l’autore non è sottoposto alla tirannia dello sponsor
televisivo, i condizionamenti tra cui si muove sono molteplici, ma
nessuno è abbastanza tirannico. Così l’autore è totalmente libero di
esprimersi al proprio pubblico ogni idea che gli passi per la testa.
Certo ha alcuni limiti: anzitutto deve fare in modo "che l’idea sia
affermata in modo abbastanza chiaro che possa essere compresa dal
più gran numero di persone". Ma questa condizione non cambierà
totalmente l’idea da esprimere?» (Eco, Milano, 1964, p. 179).
Concludiamo questa introduzione metodologica con uno stralcio di
Benjamin che sintetizza efficacemente lo spirito che sta alla base
di questo lavoro, cioè il ritorno, col fumetto, ad un’arte
dell’oggetto (come nella biblia pauperum o nella poesia pre-islamica
o nel teatro di burattini giapponese) e non del soggetto (come
nell’arte romantica o post-romantica). L’opera non è più, quindi,
un’intuizione soggettiva che, secondo Croce, perde la sua essenza
con la «comunicazione, cioè la trascrizione tecnica del prodotto
artistico – spirituale – in qualcosa di "oggettivo" o materiale» (Restaino,
Torino, 1991, p. 204) e non è più valido l’impianto hegeliano
secondo il quale, «poiché l’Assoluto è spirito e non materia, una
raffigurazione sensibile non potrà mai pervenire al giusto modo di
realizzare l’autocoscienza, o autoconoscenza, o libertà, dello
Spirito assoluto» (ivi, p. 139). L’opera d’arte diventa un’opera
dell’oggetto. È il fruitore, cioè, a decidere, di fatto, cosa debba
essergli raccontato.
È, dunque, pertinente, a nostro avviso il
commento di Benjamin, secondo il quale «la distinzione tra autore e
pubblico è in procinto di perdere il suo carattere sostanziale […].
Il lettore è sempre pronto a diventare autore. In quanto competente
di qualcosa, poiché volente o nolente lo è diventato nell’ambito di
un processo lavorativo estremamente specializzato – e sia pure anche
soltanto in quanto competente di una funzione irrisoria – ha accesso
alla schiera degli autori» (Benjamin, Torino, 1966, p. 36).
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