SUPEREROI NEL FUMETTO STATUNITENSE
di Cesare Giombetti
Capitolo 2: Supereroe Marvel
Spider-Man

a) Supereroi con superproblemi

Rientrano in questa categoria, come abbiamo visto solo in parte, i sopracitati Fantastic Four. Abbiamo già accennato al giovane Spider Man, con problemi di varia natura, dal racimolare lo stipendio per sé e per la zia che lo ospita, alle frustrazioni di giovane studente profittevole, ma timido, alla contraddizione interna al suo impiego e alla sua identità: il direttore del giornale, infatti, presso il quale Peter Parker meglio noto come Spider Man lavora, è uno degli acerrimi nemici dell’eroe mascherato. È necessario specificare che Spider Man, anche a causa della cattiva pubblicità del suo principale, si può definire un eroe parzialmente emarginato. Il pubblico è diviso nel giudizio nei confronti di questo eroe solitario, notturno, e che sceglie un’identità pubblica da uomo-insetto. Riportiamo uno stralcio che esprime bene la divisione nel giudizio del pubblico e la conseguente reazione da parte dell’eroe. Spider Man ha appena sconfitto i criminali di turno che cercavano di rapinare una banca, salvando una giovane coppia.

“LEI: Uomo Ragno! Hai salvato le nostre paghe… e forse le nostre vite! Come potremo mai ringraziarti--?
LUI: Attenta, Martha! Stai indietro! Come possiamo essere sicuri che non sia malvagio come quegli altri? Il Daily Bugle dice che è una minaccia! Non… ti … avvicinare!
UR: Puoi smettere di tremare, tigrotto… non mordo! Cavolo! Mi feriscono di più i folli editoriali di Jameson che tutti i criminali della città messi assieme! Qualunque cosa faccia, metà della popolazione ha una paura matta di me! …e l’altra metà… probabilmente mi crede un pazzo matricolato! Bah, a chi importa di cosa pensa la gente? Questo è il guaio… a me! Tutti vanno matti per gli FQ (Fantastic Four, N. d. R.)… pensano che Devil sia il migliore… Capitan America li entusiasma… ma basta nominare l’Uomo Ragno… e scende il gelo! (pensa) Non capirò mai come è successo! Non rubo caramelle ai bambini o lego lattine alle code dei cani! È tutta colpa di Jameson! Ha convinto il pubblico che, al mio confronto, Gengis Khan era un santo!”
(Lee, Modena, 2006, pp. 69-70).

Persino il più “allineato” dal punto di vista dell’etica e della politica condivise col pubblico, ovvero Steve Rogers, l’identità segreta di Captain America, il super-soldato della Seconda Guerra Mondiale, nato per sconfiggere il nazismo, nella vita privata, vive le problematiche dell’uomo comune.

La vita civile è importante, per questi eroi, quanto quella super, non come per Superman, che vive una vita falsa, secondaria rispetto all’altra, da vivere come fosse una recitazione, senza coinvolgimenti, se questi vanno ad interferire con quella da eroe. Infine, quello che potrebbe essere il supereroe Marvel più slegato dal reale e meno umano, ovvero la divinità nordica (di un pantheon rivisitato per l’occasione) Thor, vive una vita umana, peraltro complicata dalla condizione di claudicante. La caratteristica comune di questi eroi è che, in veste «borghese», vivono una serie di problemi che vengono cancellati temporaneamente con la trasformazione in supereroe. Questa fu la prima rivoluzione Marvel, che riscosse un successo di pubblico notevole.

Dobbiamo precisare, a questo punto, che non affronteremo il percorso in senso strettamente cronologico, ma dialettico. Cercheremo, infatti, di affrontare i vari aspetti il più possibile in ordine cronologico, ma con piena consapevolezza della fusione delle varie tematiche. Ciò che andiamo ad affrontare, dunque, di paragrafo in paragrafo, non supera sterilmente, ma arricchisce il concetto immediatamente precedente: nasce dopo, ma l’idea precedente continua a vivere.

Questa tensione permette, inoltre, di sottolineare la relatività imposta da subito dalla Marvel, poiché erano frequenti (e sarà un tormentone fino ai giorni odierni) gli scontri, spesso di conseguenza fisici, di vedute fra supereroi. È necessaria, dunque, qualche puntualizzazione cronologica per meglio capire l’evoluzione dialettica. The Fantastic Four è del Novembre 1961, Hulk e Spider Man, entrambi, del 1962, anche se la testata del cosiddetto Golia Verde chiuderà dopo soli sei numeri per poi risorgere con maggior successo. The X-Men è del 1963 e Devil del 1964. Questo breve specchietto dimostra che vi fu una compenetrazione fra le tematiche conquistate, oltre che degli alti e bassi, dagli inizi, nell’accettazione, da parte del pubblico, di una singola tematica.
 
Black Panther

b) Supereroi «diversi», ma non emarginati

In questa categoria possiamo, invece, incasellare tutti quei supereroi portatori di una diversità sociale accettata, anche se problematicamente, dall’opinione pubblica. L’eroe che possiamo senza dubbio assurgere ad emblema di questa condizione, è l’avvocato non vedente Matt Murdock, alias Daredevil, the Man without Fear. Qualche parola merita di essere spesa per questo eroe, che fu un gran balzo in avanti per la Marvel: si passò a trattare una menomazione senza che questa fosse una sorta di finzione, come nel caso di Thor e, inoltre, si inventò il supereroe che, i suoi problemi, li porta con sé anche dopo la trasformazione e che, dunque, non se ne libera. Certo, Devil può supplire facilmente al suo svantaggio, capovolgendolo in vantaggio, perché, il giorno in cui ha perso la vista a causa di un isotopo radioattivo che lo ha colpito sugli occhi, ha guadagnato un’acutizzazione di tutti gli altri sensi (può riconoscere l’identità o la posizione di una persona, o se la stessa sta per impugnare una pistola, dal battito del cuore). Resta, però, pur sempre un non vedente e ciò gli comporta una serie di privazioni, soprattutto nella vita privata, ma non solo. Il trucco narrativo di cui si è già parlato a proposito di Superman, persiste. Matt Murdock è un avvocato e lotta, senza mai dubitare, per la legalità. Il pubblico lo sa e, così, l’opinione pubblica rappresentata, lo considera un eroe assolutamente positivo.

In realtà, una forma di autoemarginazione potenziale è presente in quest’eroe notturno e solitario, che lo porterà ad essere protagonista, nei primi anni ’90, di una delle saghe più cruente, tragiche e distruttive della figura del supereroe: la saga dell’assassinio di Elektra, che analizzeremo in dettaglio nei paragrafi successivi. Questa maledizione in nuce, che sfocerà vent’anni dopo la sua creazione, non scalfirà mai, comunque, la positività del suo operato, intaccherà, invece, solo la sua interiorità e la dialettica sarà, quindi, solo soggettiva.

Tutt’altro accadrà, con una dialettica, invece, fra soggetto ed oggetto, con i supereroi emarginati di cui ci occuperemo di seguito. Un altro eroe “diverso”, ma accettato dal pubblico sarà Black Panther. Il nome già rivela l’origine africana di questo eroe e l’esplicita attenzione nei confronti dell’emancipazione degli afro-americani da parte della Marvel. Il principe T’Challa dell’ipotetico stato africano di Wakanda, ha, anch’egli scelto un percorso allineato, avendo studiato nelle migliori scuole europee ed americane ed avendo accettato di far parte del gruppo governativo di supereroi, ovvero degli Avengers (analizzeremo più oltre la distinzione tra supergruppi governativi e non governativi). Comparve per la prima volta nel 1966 sul numero 52 della serie Fantastic Four e fu, quindi, il primo supereroe africano o afro-americano. Seguiranno Falcon, nel 1969, anch’egli Avenger, e, dunque, non emarginato.

Interessante è il caso di Luke Cage, che nel 1972 espliciterà ulteriormente la tematica, essendo originario di Harlem. Cage non sarà un emarginato vero e proprio, ma non sceglierà di combattere il crimine per ideale, quanto per soldi. È interessante notare come il presupposto di essere nato a Harlem lo condurrà, da uomo che vive ai margini della società, ad essere un eroe molto ai confini col concetto stesso di eroe, tanto da autodefinirsi Hero for hire. Ripercorriamo la storia di questo eroe al fine di evidenziare quanto, nel mondo Marvel (come nella vita, appunto) il confine tra bene e male sia estremamente labile. Nel mondo DC la storia seguente avrebbe generato senza dubbio un criminale, qui genera un eroe, ma mercenario.

“Luke Cage learned to be a man on the streets of Harlem. Most often, he could be found fleeing the scene of a petty crime with childhood friend Willis Stryker. But as the two matured, Cage took odd jobs to earn money, while Stryker turned to a crime as a profession. The young men also became rivals for the affections of Reva Connors, who chose Cage over Stryker. Insanely jealous, Stryker planted two kilograms of heroin in Cage’s apartment and tipped off the police. After Cage was arrested and incarcerated, Reva was killed in a mob hit targeting Stryker. From prison, Cage swore vengeance against his former friend. Consumed with rage, he frequently engaged in brawls and attempted escape. Cage’s reprehensible behaviour landed him in Seagate, a maximum-security facility in Georgia. He was approached by research psychologist Noah Bernstein, who promised to help him secure parole in exchange for participation in an experiment […]. Once the process had begun, racist correctional officer Albert Rackham […] manipulated the machine’s controls hoping to either maim or kill Cage. Rackam unintentionally advanced the experiment beyond its original design, inducing a body-wide mutagenic effect that enhanced Cage’s body tissue and strength […]. Returned to New York […] Cage interrupted a robbery at a diner. When the owner offered him a cash reward, Cage was inspired to put his newfound powers to use for profit” (Brady, New York, 2002, p. 101).

Troveremo, poi, altri supereroi appartenenti a minoranze etniche, come Shaman in rappresentanza dei nativi americani. Molti di essi saranno mutanti (vedi oltre). Un altro Avenger che merita di essere annoverato nella categoria dei “diversi” ma non emarginati è Iron Man, ovvero Anthony Stark. Anche qui, come in Devil, se c’è un disagio, è tutto interiore, ma il popolo della finzione Marvel non lo emarginerà. Egli, infatti, è uno dei capitalisti più importanti della nazione (finanziatore, dunque, anche degli Avengers), ma è un ex alcolizzato, che non chiuderà mai definitivamente il suo rapporto con la bottiglia (che tiene sempre nel cassetto) e un cardiopatico. Dramma interiore, quindi, ma riconoscimento assoluto da parte del pubblico della sua rettitudine, in quanto capitalista (e, quindi, sicuramente non anti-americano). Nella finzione Marvel Iron Man è, ufficialmente, la guardia del corpo di Stark, ma, in segreto, si tratta di un’armatura per Stark, il quale tra l’altro ha una sorta di dipendenza nei confronti di questa corazza (dopo quella nei confronti dell’alcool) perché vi è un dispositivo che gli regola il cuore.
 
Hulk

c) Supereroi «diversi» ed emarginati

I) umani

In questa sottocategoria possiamo citare quasi esclusivamente uno dei primi personaggi Marvel: Hulk. Come abbiamo già detto in precedenza, la serie non ebbe un immediato successo, ma i creatori, Stan Lee e Jack Kirby, insistettero, probabilmente cogliendo la necessarietà del personaggio nel contesto fantastico di quegli anni, tant’è che la seconda serie fu uno dei maggiori successi della casa editrice e il personaggio uno dei più famosi nel mondo. Hulk è il prodotto di un esperimento dello scienziato Bruce Banner, investito da raggi gamma. Da quel momento, ogni volta che l’umano vive uno stato di alterazione emotiva, si trasforma in un mostro che fa il verso a Frankenstein, verde, enorme, fortissimo, e, soprattutto, minorato mentale. Proporre un supereroe non intelligente fu, a nostro avviso, la più grande rivoluzione del settore in quegli anni. La distanza da Superman era ormai abissale. Non più l’essere perfetto, o quasi. I nuovi eroi erano esseri più simili all’umano, potevano, cioè, avere grandi doti, ma allo stesso tempo, gravi handicap, fino al più assurdo rispetto al mondo ideale, ma decisamente più plausibile se calato nel mondo reale. Il piano si spostava, dunque. I parametri estetici (utilizzeremo questo termine, da ora in poi, nel senso di reazione normale alle percezioni) variavano, anche se in maniera altalenante, poiché non tutte le innovazioni ebbero lo stesso tipo di successo di pubblico. Stava avvenendo ciò che, con altri miti, era già avvenuto: una progressiva smitizzazione e antropizzazione dell’eroe, direttamente proporzionale alla presa di coscienza sociale del potere umano nei confronti della natura. L’uomo prendeva sempre più confidenza con la Luna e la discesa sul satellite del 1969 sarebbe stato l’inizio di una nuova epoca, il simbolo di un nuovo periodo dell’umanità (di quella cosiddetta civilizzata, s’intende) in cui, a torto o a ragione, la natura non è più un pericolo, ma un mezzo d utilizzare. Questo periodo non poteva non essere il più fertile per un inizio di una «caduta degli dei» e per il trionfo della «fantascienza», genere nel quale tutto ciò che vi è di mitico è prodotto del cervello umano, del soggetto che vince sull’oggetto, quindi, e non della mistica, ovvero dell’oggetto. Chiaramente questa distruzione degli dei con la presenza degli stessi implicava l’utilizzo del mezzo ironico e paradossale, necessario al progressivo distaccamento dalla sicurezza dell’eroe per la conquista di quella nell’uomo. E Hulk fu uno dei prodotti di questa tensione antitetica. Per lui essere supereroe è una condanna. L’eroe-mostro è la negazione dell’uomo e continuamente rinnegato dall’uomo, perché ha, in sé, la carenza dell’intelligenza. L’uomo sa che ciò che l’eroe ha da offrire, che apparentemente è ancora utile perché produce effetti mediamente positivi, è la forza, ma sa anche che, di lì a poco, sarà sovrastata dall’intelligenza. Per questo Hulk è denigrato ed emarginato dall’umanità, poiché egli è l’emblema dell’ultimo appiglio agli eroi. L’uomo, così, non abbandona totalmente l’idea dell’eroe per tema di non farcela da solo, ma lo ridicolizza, intuendo che la sua emancipazione sarebbe stata vicina.

 
Silver Surfer

II) alieni

Molti sono gli alieni dell’universo Marvel, per restare nel rispetto della tradizione iniziata da parte DC con Superman, ma la novità introdotta da parte della casa editrice più giovane fu quella di sfruttare la differenza di provenienza per iniziare a parlare di razzismo. Due di questi eroi (ma il confine fra eroe ed antieroe diviene sempre più labile), infatti, furono protagonisti di vicende più che tormentate.

Il primo, in ordine cronologico, fu uno di quei personaggi “riciclati” dall’epoca Atlas, ovvero Namor the Sub-Mariner, il principe di Atlantide. Si tratta, appunto, del reggente del mondo subacqueo di Atlantide, sprofondato tempo prima negli abissi e, precedentemente, cosa unica con la terraferma attuale, che, parlando esclusivamente dell’epoca Marvel e non di quella Atlas, a partire da una famosa puntata fra le prime dei Fantastic Four, cerca di rivendicare, a causa di pressioni di alcune fazioni del popolo, le terre perdute. Non spenderemo troppe parole su questo personaggio, perché nasce come cattivo per poi ammorbidirsi nel tempo.

Chiariremo, quindi, che è difficile stabilire, in epoca Marvel chi fossero i buoni e chi i cattivi, poiché la discriminante normalmente è la titolarità o meno di una testata a fumetti, ma è anche vero che alcuni illustri cattivi (“villains”) sono stati detentori di una testata col loro nome, primo fra tutti la nemesi del capo dei Fantastic Four, ovvero il Doctor Doom. Nell’ambito degli appassionati, quindi, vi è come un mutuo accordo su chi debba essere considerato buono e chi cattivo, nonostante le ambiguità, e Namor rientra fra i primi. È vero, però, che, in mezzo a tutta l’ambiguità, questo eroe nasce come nemico dell’umanità, anche se tormentato in questo ruolo, al punto poi di redimersi, e che avrà questa veste per lungo tempo. Non si tratta, quindi, di un eroe che fa del bene e che, nonostante ciò, viene emarginato, come succederà qualche anno dopo con Silver Surfer, di cui andiamo a parlare qui di seguito.

Questo supereroe alieno fu, infatti, protagonista di una breve ma famosa saga. A detta di molti, si tratta di uno dei più bei capitoli della letteratura a fumetti, scritto da Lee e disegnato quasi totalmente da John Buscema (che in questa saga tentò un approccio sperimentale che poi non sarà più suo, ma che fu particolarmente d’effetto) e, in parte, dall’ormai noto Kirby. Nonostante ciò, allora, non fu un grande successo di pubblico (e infatti chiuse dopo soli diciotto numeri), anche se amato profondamente da chi lo seguiva. Sia il tratto sperimentale che le tematiche eccessivamente innovative, però, furono troppo all’avanguardia per il pubblico, non ancora pronto per un salto in avanti così ampio.

La storia in sintesi è la seguente. Il pianeta Zenn-La è minacciato da Galactus, una delle entità metafisiche (e estremamente potenti) dell’universo Marvel, il cui compito è divorare mondi quando ha fame. Questa entità si avvale, però, per svolgere meglio il suo compito, di araldi (esseri «normali» presi qua e là nello spazio e trasformati in super-esseri) al suo servizio. Essa accetta, quindi, lo scambio fra la salvezza del pianeta e l’avvento di un nuovo araldo: Norrin Radd, che da allora diventerà Silver Surfer. Fin qui una normale storia di araldi di Galactus. Il racconto prende, però, un’altra piega, poiché il surfista argenteo, dopo aver servito il suo capo devotamente per lungo tempo, visto il valore degli abitanti del pianeta Terra, si rifiuta di farlo divorare dall’entità suddetta. Quest’azione del suddito comporta una punizione da parte del signore, il quale lo condanna ad essere imprigionato nell’atmosfera terrestre a tempo indeterminato.

Si può immaginare quale tormento potesse essere per chi era abituato a solcare l’universo in tempi brevissimi. E, in effetti, qui inizia la saga di Silver Surfer, ovvero l’avventura terrestre dell’eroe (l’antefatto è raccontato tramite flashback). Qui, ciò che più ci interessa, dal punto di vista del riflesso sociologico, è che, nonostante la quasi totale abnegazione che ha portato l’ex araldo alla sua sfortunata condizione, la Terra non gli è per niente grata, anzi lo denigra ed emargina, come fosse un reietto, nonostante egli continui a prodigarsi per il pianeta.

“Il fallimento di SS maggiormente stigmatizzato è quello che segna la sua emarginazione sociale da parte degli uomini. Il perpetuarsi ciclico di questa […] condizione di esclusione costituisce, infatti, come si è visto, la struttura portante del paradigma diegetico sul quale sono costruiti gli episodi […]. L’ostilità degli uomini contro SS è motivata essenzialmente in due modi: sommariamente, riconducendola allo stereotipo della violenza cieca contro il diverso in quanto tale; in maniera più problematicamente sottile, come una conseguenza dell’incomunicabilità radicale e insuperabile tra l’escluso e la maggioranza che discende dalla fondamentale soggettività della conoscenza umana. È un fatale fraintendimento, ossia il puntuale concretizzarsi, in due soggetti che osservano o partecipano simultaneamente ad un avvenimento, della possibilità di interpretazioni antitetiche dello stesso fatto […] che impedisce a SS l’integrazione con l’umanità” (Distefano, 2005, p. 17).

Tutto ciò, poiché egli è un alieno e non rinnega la sua natura originaria, a differenza di Superman. Silver Surfer, libero dalla condizione di araldo, infatti, auspica soprattutto di tornare sul suo pianeta natio e, ancor di più, dalla sua bella. Un personaggio, dunque, intriso di malinconia per qualcosa che è diverso da quello che era considerato il migliore dei mondi possibili. Oggi, sicuramente, una simile affezione non sarebbe così rivoluzionaria, ma allora significava che poteva esistere qualcosa di altrettanto (se non più) bello di ciò che, per stare in ambito biblico, è il creato. Era esattamente ciò che avrebbe fatto poi la generazione giovanile nei confronti di quella precedente, ottenendo una vera e propria rivoluzione. Perché stravolgere i punti di riferimento sui quali si basa la tendenza alla perfezione, che, in quanto tale, si deve poggiare su valori assoluti e assolutamente condivisi, significa decidere che, chi o cosa è più in alto su una scala di valori, non lo può più essere perché non esiste più la scala stessa. L’aiuto, in ultima analisi, di Silver Surfer, non poteva essere ben accetto, perché egli rifiutava di pensare l’umanità come perfezione. Offriva, quindi, un aiuto relativistico, egualitario e riceveva razzismo.

Fuor di metafora, era una storia presentatasi più volte nel corso dell’umanità e che si sarebbe ripresentata proprio in quegli anni negli Stati Uniti, con la tendenza, fortemente contrastata, a valutare pari a tutti gli altri donne, afro-americani ed altre minoranze. Accettiamo, quindi, la lettura di Gabilliet, il quale riscontra, in questo eroe, “obvious analogies with Jesus Christ” (Gabillet, Michigan, 1994, p. 209). Queste analogie sono, infatti, documentate da notevoli paralleli facilmente riscontrabili nella lettura del testo e nell’interpretazione dei segni grafici. Riportiamo la più emblematica. Silver Surfer allarga le braccia in una maniera che ricorda molto da vicino le rappresentazioni di Gesù Cristo in croce, guarda in alto rivolgendosi, forse, alle forze cosmiche (come Gesù Cristo potrebbe rivolgersi al Dio Padre) e, prima di sfogare la sua rabbia sugli umani, dice: “Perdonatemi per ciò che sto per fare! E concedetemi la forza di poterli perdonare… per avermi costretto a tanto!” (Lee, Nepi, 1990, p. 92). Il parallelo con Gesù Cristo sulla croce è presto fatto: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca Evangelista, Lc, 23, 34).

Non si può negare, dunque, l’esplicito richiamo di Lee al messaggio cristiano, ma non si può neanche non notare l’umanità maggiore dell’affermazione dell’araldo. In ogni caso, il richiamo a Gesù Cristo, a nostro avviso, non ha la funzione di divinizzare Silver Surfer, ma di umanizzarlo, ricordando quanto il tema del “diverso” possa essere familiare agli occidentali cristiani, che non hanno per dio un Krishna, una Amaterasu o un Allah, ma il primo dio della storia che ha la caratteristica di essersi volontariamente umanizzato, non per godere di alcune caratteristiche positive dell’umanità (come nel caso di alcune divinità indiane, greche e così via), ma per vivere la condizione di diverso ed emarginato. Si può affermare, quindi, che Lee, per la natura intrinseca del fumetto, che abbiamo già analizzato, usa il tema cristiano a fini retorico-pubblicitari, rivolgendosi a un pubblico che poteva essere sensibile a quelle tematiche. L’opera, poi, come abbiamo visto, sarebbe stata troppo all’avanguardia. Ma non inefficace, poiché, “it proved it was possible for the comic book medium to achieve a shift from stereotypes to narrative myth by means of an exploration of a genre’s ideological margins: in this respect, The Silver Surfer opened the way for such atypical strips as Len Wein and Berni Wrightson’s Swamp Thing” ” (Gabillet, Michigan, 1994. p. 210).

 
X-Men

III) mutanti

Nel 1963 la Marvel, con un bimestrale che diventerà mensile nel 1966, The X-Men, introduce la massima esplicitazione della metafora del “diverso”, tramite l’invenzione del concetto di mutante, di una razza diversa, detta homo superior. In questo caso il supereroe è imperfetto per nascita. L’homo superior, infatti, nasce supereroe (non ostante i poteri possano manifestarsi anche nell’adolescenza), nasce, cioè, con un patrimonio genetico differente da quello umano, che lo porterà a sviluppare uno o più superpoteri (teletrasporto, guarigione, trasformazione in ghiaccio o creazione dello stesso, istinto animale, ecc.).

Per la prima volta gli esseri umani non hanno dubbi: hanno solamente paura del supereroe, in quanto ufficialmente “diverso”. Come nel caso di Silver Surfer, non è importante che il supereroe lotti negli interessi dell’umanità, ma vale il fatto che non si tratti di umani. Ancora un parallelo con Silver Surfer: i mutanti sanno di essere dei reietti. Alcuni mutanti, infatti, sceglieranno la via del Male, altri quella del Bene, ovvero gli X-Men, guidati dal Professor Xavier, anch’egli mutante, paralitico, ma con poteri cerebrali immensi, che fa da tutore dei mutanti e fonda una scuola specifica.

Ancora una nemesi, topos quasi indispensabile nel mondo del fumetto, ovvero Magneto, che raccoglie intorno a sé dei mutanti i quali, invece, odiano l’umanità a causa del rifiuto che quest’ultima ha operato contro di loro. Sempre più si esplicita il parallelo con la storia reale dell’emancipazione degli afro-americani. La serie, tra l’altro, fu foriera di tematiche allora di estrema attualità, come la contestazione giovanile.

È interessante, a tal proposito, notare come gli X-Men fossero isolati nella loro scuola, ma nello stesso tempo c’era chi riusciva ad avere una vita normale e magari a frequentare il college (era importante a tal proposito la possibilità o meno di nascondere la loro diversità). Si hanno così incursioni di questo fumetto nella contestazione, nella psichedelia, nelle feste e nell’università, espressione questa sempre più palese di un’attenzione da parte della Marvel nei confronti dei temi dell’attualità di allora.

La serie avrà successo negli anni, portandosi appresso per tutta la gestione Claremont (fino alla fine degli anni ’80) la tensione tragica legata alla diversità di questo gruppo di eroi. Addirittura Chris Claremont accentuerà il tono malinconico, introducendo una nuova guardia di mutanti, con poteri spesso di per sé problematici. Rogue, per esempio, ruba la memoria alle persone che tocca. Ciò le crea, ovviamente, dei problemi notevoli nella sfera relazionale fisica, non potendo, in pratica, avere contatti con nessuno se non filtrati da guanti o vestiti o altro.

Wolverine, addirittura, sarà frutto di un esperimento (l’Arma X). Avendo, egli, il potere di guarigione, viene rapito in Canada al fine di essere trasformato in un’arma umana, tramite l’inserimento di un rivestimento di adamantio (il materiale più resistente dell’universo nell’immaginario Marvel) su tutto lo scheletro con anche degli artigli retrattili dello stesso materiale. Si intuisce facilmente come questo personaggio si porti tutto il carico del potere come sofferenza. Egli, per giunta, è dotato di sensi ed istinto animali, utili per sconfiggere i nemici, ma complicanti i rapporti sociali, poiché lo porta a reazioni spropositate rispetto al codice delle relazioni umane. Anche questo aspetto evidenzia chiaramente la tragicità dell’essere superuomo.

Tutti questi personaggi, infatti, portano in sé l’esplicitazione della difficoltà di pensare un essere che semplicemente si erga a paladino di un ipotetico bene. Difficoltà maturata evidentemente dal pubblico potenziale dei fumetti. Non erano più necessari eroi che dessero sicurezze a un pubblico conservatore che ancora trasferiva la sua essenza nello Stato americano o in Dio (basti ricordare che le banconote americane ricordano continuamente: “In God we trust”), ma, al contrario esseri ai quali poter tendere, e che, in quanto costruiti ad immagine e somiglianza dell’uomo, fossero imperfetti. Semplicemente uomini con poteri amplificati che hanno coscienza – come ripete spesso Spider-Man – che a grandi poteri siano legate grandi responsabilità.

Il nuovo superuomo, dunque, sceglie e sbaglia. Con poteri amplificati può commettere errori amplificati. Ed è questa la tragedia più grande che si porta appresso. E proprio per questo nasce un processo di identificazione col lettore. Il lettore del supereroe classico DC “giunge alla convinzione fondamentale di dover ricevere ordini” e “diviene credente” (Nietzsche, Roma, 1993, p. 177) e trova la sicurezza nel supereroe che colma le sue lacune; “in una società particolarmente livellata”, infatti, “in cui le turbe psicologiche, le frustrazioni, i complessi di inferiorità sono all’ordine del giorno; in una società industriale dove l’uomo diventa numero nell’ambito di una organizzazione che decide per lui, dove la forza individuale, se non esercitata nell’attività sportiva, rimane umiliata di fronte alla forza della macchina che agisce per l’uomo e determina i movimenti stessi dell’uomo – in una società di tale tipo l’eroe positivo deve incarnare oltre ogni limite pensabile le esigenze di potenza che il cittadino comune nutre e non può soddisfare” (Eco, Milano, 1964, p. 229).

Il lettore del supereroe Marvel, invece, rafforza la sicurezza in sé stesso che sta conquistando attraverso le scoperte (conquista della Luna), le ribellioni (contestazione studentesca), la scoperta di potenzialità umane nuove tramite le droghe, le emancipazioni (femminile, sessuale e degli afro-americani), e vede uno specchio della società nel supereroe che ha potere, ma che col potere ha nuovi dubbi e nuovi problemi.

Un altro elemento caratterizzerà l’essenza della nuova generazione di X-Men, ovvero la multietnicità, ripresa poi più ampiamente in un altro gruppo che analizzeremo: gli Alpha Flight. Banshee, per esempio, è irlandese, Nightcrawler tedesco, Ororo figlia di un americano e di una keniota, e Colossus sovietico. A proposito di quest’ultimo eroe citiamo, a titolo d’esempio, un’emblematica serie in otto puntate di fine anni ’80, creata da una delle scrittrici più sensibili e attente del mondo del fumetto, ovvero Ann Nocenti. Questa serie aveva un titolo altrettanto emblematico – American Pie – e portava l’attenzione sul problema dell’essere sovietici in America.

 Citiamo questo dialogo fra Pëtr Nikolaievitch Rasputin, ovvero Colossus e un edicolante, a proposito di alcune riviste pornografiche esposte, secondo l’eroe, troppo in bella vista.

“P: Esposti come dolci per bambini.

E: Chee?! Vuoi darci un’occhiata?

P: No!

E: Cos’è, non ti piacciono le donne?

P: Certo che sì, perciò non mi piacciono queste riviste.

E: Eh?!

P: Avete libertà di stampa in questo paese, potete dire quello che volete! La costituzione vi dà questa preziosa libertà. Perché beffeggiate il vostro governo con la pornografia? Perché abusate della vostra libertà e non rispettate questo dono? In Russia se la mia gente potesse…

E: Ma stai zitto! Perché non riporti quei tuoi piedoni in Russia, coglione rosso. Mi fate schifo, voi comunisti pieni di merda. Tutto questo parlare di Glasnost mentre accumulate armi di nascosto! Parlate di pace poi invadete l’Afganistan! Perfino i confini americani pullulano di comunisti coi loro fucili rossi! Che stronzi! Credete davvero a tutte le chiacchiere della nuova Glasnost? Vogliono solo adescare i dissidenti e i liberali… poi bang tutti in Siberia! Siete troppo scemi per imparare dalla storia! Avete il cervello pieno di patate e la mente di wodka…

P: Che stai dicendo? Non sai niente di noi! Che stai dicendo? (Pëtr si trasforma in Colossus – la sua carne cioè diventa d’acciaio - per la rabbia mentre afferra l’edicolante per il bavero)

E: Ehi! Co – co - che - che… tu sei un… MOSTRO! (Nocenti, Nepi, 1991, pp. 3-4)

(Pëtr fugge) […] P: (pensa) Questa terra è davvero libera? Solženicyn e altri grandi russi ci attirano qui con la promessa di qualcosa di meglio, ma poi troviamo… oh, non so! Essere un X-Man è così frenetico… anche se qualche volta salvo il mondo, rimango sempre distante da esso!” (ivi, p. 8).

Possiamo notare quanta umanità e normalità sia presente in questo dialogo, inconcepibile per gli archetipi DC come Superman. Il commento finale, ugualmente, denota l’umanità di Colossus, sembra, quasi, infatti, che prenda il salvataggio dell’umanità come un mestiere e non come una missione.

Citiamo, a questo, punto, un dialogo da una storia di Superman, opposto a quello che abbiamo visto. Nell’ipotetico stato di Napkan, presso lo stretto di Panama, si svolge una insurrezione popolare, con tanto di attentati nei confronti degli Stati Uniti. Superman si reca da un ministro per avere delucidazioni e, al momento del congedo (cioè, quando Superman spicca il volo dalla finestra), il ministro commenta: “Fortuna che siamo noi ad avere qualcuno del calibro di Superman ad aiutarci! Secondo me vale parecchie armate e flotte!” (Siegel, Milano, 1990, p. 106). A missione compiuta, il ministro, leggendo il giornale, commenterà: “Per me è ovvio che dietro questi titoli c’è Superman! Che debito ha con lui il paese!” (ivi, p. 114). E Clark Kent chioserà dicendo: “Col lavoro dei sabotatori diminuito, la produzione per la difesa dovrebbe accelerare. E Dio sa quanto sia necessaria!” (ibidem).

Si palesa in queste frasi quanto gli Stati Uniti si identifichino in Superman e quanto Superman si identifichi negli Stati Uniti e nel dio degli statunitensi. È un alieno, quindi, ma, come si direbbe oggi, assolutamente e dichiaratamente embedded, senza dubbi nei confronti della sua patria adottiva. Anche i lettori, dunque, non avranno dubbi nei suoi confronti e rafforzeranno la fede nei dogmi propri dell’America. Nel caso di Colosso, invece, il lettore ha bisogno di rafforzare il dubbio nei confronti dei vecchi dogmi che iniziano a stargli stretti. Il fumetto Marvel lo aiuterà in questo processo di sintesi, di maturazione e di assimilazione del diverso.

 
Alpha Flight

IV) supergruppi


In questa categoria si possono classificare tutti gli agglomerati (ufficiali o meno) di supereroi. Anche qui vige la distinzione fra gruppi governativi, ovvero approvati, finanziati e controllati dal governo, come gli Avengers (che apriranno anche una sezione nella Costa Occidentale) e i Fantastic Four, e gruppi spontanei di solito composti da supereroi emarginati. Di quest’ultimo tipo di gruppo ci occuperemo in questa sede. Il primo gruppo non governativo è stato già analizzato nella sezione relativa ai mutanti, ed è quello degli X-Men. Nasceranno altri gruppi di mutanti, ma noi ci soffermeremo solo su quello degli Alpha Flight.

Il secondo gruppo della storia Marvel raccoglie proprio alcuni degli eroi che abbiamo già visto fra gli emarginati, più altri “diversi” come Devil. Il gruppo si chiama Defenders, ed è già il caso di specificare che si tratta di un non-gruppo; gli eroi si riuniscono, infatti, solo su convocazione telepatica da parte del capo, ovvero Doctor Strange. È un gruppo, questo, che riesce, grazie a questa estrema libertà individuale, a riunire i personaggi più problematici del mondo Marvel, da Hulk a Silver Surfer, da Namor a Valkyrie, da Nighthawk a Luke Cage, da Red Guardian a Moon Knight, a tanti altri che, per la natura elastica del gruppo, vi hanno partecipato solo per breve tempo.

Analizziamo i personaggi non ancora presi in esame. Doctor Strange è il signore delle arti mistiche con un passato, anche nel suo caso, problematico. Infatti, “Stephen Strange was a brilliant but arrogant neurosurgeon whose meteoric career was cut short by an auto accident. Strange sustained minor nerve damage, which prevented him to perform delicate surgery. He invested his fortune in attempted cures and fraudolent doctors, and saw it dwindle to nothing. In short order, Strange degenerated from recluse to drifter to drunken derelict. Hitting rock bottom, he heard whispers of a learned miracle worker in Tibet known only as the Ancient One” (Brady, New York, 2002, p. 107). Dopo una serie di vicissitudini e prove che lo portano ad una totale redenzione, divine il Signore delle Arti Mistiche.

Valkyrie
, invece, è la prima eroina ad esplicitare la questione del femminismo. Ella, infatti, è una guerriera dell’Asgard del mondo Marvel, che ha il vincolo di non fare del male alle donne, pena l’indebolimento fisico (anche questa ottima metafora del movimento femminista, ipotizzabile solo tramite una solidarietà di genere quasi incondizionata). Nel suo atteggiamento c’è sempre una difesa esplicita del mondo femminile e una denuncia dei soprusi del mondo maschile nei confronti dell’altro genere.

Riportiamo, a tal proposito, un interessante spaccato da una storia dei Defenders del 1977 ambientata in un carcere femminile nel quale Valkyrie finisce per aver distrutto un ristorante con la sua spada. Anzitutto, la guerriera di Asgard, litiga con una compagna di carcere, ma senza mai usare violenza per il motivo suddetto. Ella viene quindi condotta dal direttore per un colloquio e si ha, quindi, uno “scambio di vedute” molto realistico.

“D: Inutile usare un tono gentile, mia cara. Il tuo comportamento qui ti ha messo in guai seri.
V: Se vi state riferendo al fatto della mensa, sono assolutamente innocente. È stata un’altra a iniziare l’alterco…
D: Può darsi. Ma sei stata tu che sei stata presa sul fatto. (Il direttore mette una mano sulla spalla della guerriera)
V: Vi prego di togliermi quella mano di dosso, signore… immediatamente.
D: Smettila con quel tono, mia cara. Sto cercando di aiutarti. Sei giovane, carina… al primo reato, probabilmente. Mi spiacerebbe vedere che qualcuna di quelle tigri ti rovinasse il faccino. (Il direttore mette entrambe le mani sulle spalle di Valkyrie) Sarà più facile se ti comporterai… (Valkyrie colpisce le mani del direttore)
V: Sono assolutamente in grado di difendermi, signore… (Valkyrie solleva il direttore per la cravatta) …e l’idea di avere a che fare con voi, francamente mi ripugna. (Valkyrie assesta un manrovescio al direttore) Quindi, mettiamo subito in chiaro le cose! Io sono vostra prigioniera… non un vostro giocattolo. Rispetto la vostra posizione perché non ho scelta al momento. Ma fate ancora il frescone con me e non avrete neanche il tempo per pentirvene.”
(Gerber a, Milano, 1979, pp. 23-24).

Nighthawk
, invece, è un ricco filantropo finanziatore del gruppo che fa il verso al Batman della DC e che, anch’egli, come Iron Man, soffre di cuore. Red Guardian, invece, ha lo stesso problema di Colossus, essendo sovietica. Anche qui riportiamo una pagina emblematica relativa alla tematica del diverso affrontata in maniera molto esplicita. Ricordiamo che correva l’anno 1976 e che erano fumetti diffusi in tutta la nazione in maniera capillare. Sono temi, dunque, molto forti ed evidentemente interessanti per il pubblico. L’antefatto è il lancio all’interno della sede dei Defenders di una pietra avvolta in un foglio contenente il seguente messaggio: Come potete definirvi Americani se ospitate una comunista in casa?…, firmato da un sedicente Comitato per la libera migrazione. Al che i Defenders inseguono i provocatori e quando Red Guardian li raggiunge, dopo una spallata che li spazza via come birilli, si svolge il seguente dialogo:

“R.G.: Anche se pretendete di rappresentare un intero popolo, esso non ha colpa della vostra stupidità come non l’ha il mio delle ingiustizie commesse dallo stato sovietico!
P: Pupa, io vedo solo rosso. Rosso sangue… rosso come “comunista”!”
(Gerber b, Milano, 1979, p. 11).

Moon Knight
, invece, è un altro riccone con vita notturna che fa, anch’egli, il verso a Batman, che non avrebbe problemi, ma se li crea perché vive quattro vite parallele: mercenario, autista di taxi, riccone e supereroe.

Dopo questo salto nella quasi anarchia soggettiva e di gruppo degli anni ’70, a metà anni ’80 troviamo un nuovo gruppo con problematiche anche più profonde, più nuove e con tensioni tragico-decadenti decisamente più accentuate: gli Alpha Flight. Questo gruppo canadese è un vero concentrato di problematiche, alcune delle quali ancora scomode anche negli anni ’80, frutto della penna di un altro prolifico e originale scrittore di fumetti, John Byrne. L’originalità sta anche nel fatto che Byrne “iniziò una serie di vicende intricate e solitarie per farci scoprire l’indole, il passato e la personalità dei vari alfani. Per i primi undici episodi della serie, così Alpha Flight fu un non gruppo, in attesa della scintilla che fornisse il legame coesivo. Questo venne dato dalla triste e sconvolgente morte di Guardian. Apparentemente questo evento portò al definitivo sbando del gruppo, ma in realtà servì come stimolo alla moglie di Guardian […] che nel giro di pochi mesi riunì il team e ne divenne prima il cuore, poi il capo” (Scatasta, Bosco, 1992, p. 48).

Già si notano alcune caratteristiche: di nuovo si tratta di un non gruppo, non c’è coesione, ma, piuttosto, individualismo; il capo muore quasi subito; altri lutti segneranno la storia di questo gruppo; il nuovo capo è una donna e, per giunta, senza superpoteri; i temi affrontati sono scabrosi e inediti. Abbastanza per poter considerare questo gruppo l’apice della dialettica del diverso raggiunto dalla Marvel.

Se altri temi, come l’emancipazione femminile e quella degli afro-americani, erano ormai, almeno in parte, metabolizzati, ve n’erano ancora di irrisolti. E così nel gruppo troviamo Shaman, un nativo americano, e sua figlia Talisman, che incarnano molto bene il disagio di essere “indiani d’America” negli Stati Uniti, sulla scia del film di Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, del 1975. Incontriamo, poi, Puck, imprigionato in un corpo nano e, ovviamente complessato per questo motivo.

Citiamo a tal proposito una riflessione di questo eroe, mentre Heather, il capo del gruppo, che, come abbiamo già detto, invece porta con sé la diversità di essere vedova, lo sta trasportando in volo (Heather, dopo lungo travaglio, decide di indossare il costume del marito e diventare Vindicator). “Ho già confessato ad Heather il mio amore, ma lei non mi dà risposta. Beh, Judd… cosa ti aspettavi? Una donna strana può amare un mostro… ma perché una donna normale dovrebbe desiderare di amare un brutto nanetto?” (Mantlo, Bosco, 1992, p. 53).

La rassegna continua con Sasquatch che muore, con Roger Bochs, privo delle gambe, ma che si può fondere con il robot di sua invenzione Box. Aurora e Northstar, invece, “fratelli gemelli e mutanti […] hanno una personalità controversa e complessa. Lei è schizofrenica, lui è un ex-terrorista(Scatasta, Bosco, 1992, p. 53). Verso i primi anni ’90, inoltre, Northstar sarà il primo supereroe a dichiarare la propria omosessualità. Il grado di problematizzazione e di volontà di affrontare temi non ancora toccati nel mondo del fumetto di largo consumo, in questa serie, è altissima ed è per questo che consideriamo questo periodo il momento più alto, per il grado di esplicitazione, della dialettica del diverso.
 
Daredevil

d) Supereroi «diversi» e non emarginati, ma in crisi: il Devil di Frank Miller

“Dal 1981 al 1983, Frank Miller è l’autore di Devil e realizza un ciclo di avventure che mutano l’immaginario dei supereroi. Miller cita esplicitamente la tradizione degli scrittori hard bolied, riproducendone il meccanismo narrativo. Elektra è la sua femme fatale, e con Kingpin e Bullseye crea l’epopea di un eroe cinico, disposto a far prevalere la giustizia anche a costo di prezzi altissimi. L’aggancio alla tradizione del noir inizia a produrre quei contrasti che provocheranno, alla metà degli anni Ottanta, un profondo ripensamento del genere supereroico” (Meo, Roma, 2003, p. 11). Nel dettaglio, la storia è la seguente. “As a student at Columbia University Law School, Matt met and fell in love with Elektra Natchios, the daughter of a Greek diplomat. Their happiness was shattered when Elektra’s father died during a hostage crisis. Elektra withdrew emotionally from both Matt and the world at large. Fleeing to the Far East, she buried her feelings and honed her fighting skills to razor-sharp perfection” (Brady, New York, 2002, p. 103).

Nella prima puntata del breve (quattro puntate), ma intenso, ciclo dell’assassinio di Elektra, Devil rincontrerà la sua amata, ormai bounty killer. Devil soffre umanamente per il ritorno dell’amata che sa che non potrà più essere la donna della sua vita, ma, dall’alto della sua moralità, non può non pensare di doverla consegnare alla giustizia, vivendo, così, un tormento ulteriore. Ma il tormento non termina (e non poteva essere altrimenti per il cinico Miller) perché: 1) Elektra scopre che Devil è Matt Murdock, l’uomo che ha amato; 2) si scambiano un bacio fugace; 3) Elektra scopre che Matt vive con un’altra donna; 4) Devil, per via dell’alta moralità di cui sopra, non lascia morire il suo acerrimo nemico, Bullseye, e lo porta in ospedale per curarlo e consegnarlo alla giustizia (affermerà, tanto per offrire una testimonianza ulteriore della problematizzazione dell’eroe, e in opposizione estrema, guarda caso, al Batman di Miller, come vedremo oltre: “Io… volevo che morisse, Nick. Detesto quello che fa… quello che è… ma non sono Dio… non sono la legge… e non sono un assassino” (Miller, Roma, 2003, p. 162); l’altro, detective, gli risponderà “Sarà libero. Ucciderà ancora. La prossima volta sarà colpa tua” (ibidem); 5) Bullseye evade dalla prigione; 6) Bullseye uccide Elektra; 7) Devil va a caccia di Bullseye, lo trova, lo sconfigge, lo lancia da un’altezza tale da renderlo paralitico e, dunque, innocuo, ma senza ucciderlo; 8) l’ultimo episodio è una profonda riflessione, al capezzale di Bullseye, in ospedale, sul bene e sul male che termina con Devil che punta una pistola in faccia al nemico per sentire l’“odore” della sua paura, ma quando sparerà, la pistola sarà scarica e il protagonista commenterà: “siamo legati l’uno all’altro, Bullseye” (Miller, Roma, 2003, p. 222).
 
Marvels

e) Iperrealismo manierista

Dopo l’apice della parabola ascendente a proposito dell’argomento “diversità”, la Marvel prende, al riguardo, una piega potremmo dire manierista. Utilizza, cioè, le tematiche di sempre, ma estremizzandole o ruotandovi intorno senza aggiungere niente di nuovo, vivendo, per così dire, di rendita. Un “fuori serie” osannato all’epoca, ma a nostro avviso niente più che un’opera adescatrice nei confronti del pubblico e con una veste grafica originale (in quanto iperrealista), ma che tradisce una regola fondamentale del fumetto, ovvero essere disegno non realistico e storie non realistiche per, eventualmente, impiantarvi storie realistiche, è Marvels, edita nel 1994.

Quest’opera di Kurt Busiek non fa altro che ri-raccontare la storia della Marvel dalle origini agli anni ’90 dal punto di vista di un fotografo. Senza entrare troppo nello specifico al riguardo, faremo notare soltanto come quello che è stato considerato un capolavoro del fumetto di supereroi, non sia un fumetto di supereroi. L’unica divergenza con i criteri basilari della finzione fumettistica che andremo a far notare è quella temporale. Marvels, infatti, evidenzia lo scorrere del tempo, mentre “Superman non può consumarsi, perché è un mito inconsumabile. […] Superman è mito a condizione di essere creatura immessa nella vita quotidiana, nel presente, apparentemente legato alle nostre stesse condizioni di vita e di morte, anche se dotato di facoltà superiori. Superman immortale non sarebbe più uomo, ma dio, e l’identificazione del pubblico con la sua doppia personalità […] cadrebbe nel vuoto. Superman deve dunque rimanere inconsumabile e tuttavia consumarsi secondo i modi dell’esistenza quotidiana. Possiede le caratteristiche del mito intemporale, ma viene accettato solo perché la sua azione si svolge nel mondo quotidiano e umano della temporalità. Il paradosso narrativo che i soggettisti di Superman devono in qualche modo risolvere […] esige una soluzione paradossale della temporalità” (Eco, Milano, 1964, pp. 235-6).

Il fumetto deve prendere una piega diversa da quella delle categorie della realtà, dove “il prima determina causalmente il dopo, e la serie di queste determinazioni non può essere risalita, almeno nel nostro universo (secondo il modello epistemologico col quale ci spieghiamo il mondo in cui viviamo), ma è irreversibile (ivi, p. 237). Si nota qui come già Eco vedesse in Superman un antesignano del supereroe come uomo e non come dio. Non neghiamo questa posizione, ma vorremmo focalizzare l’attenzione del lettore su quanto, in relazione ai nuovi eroi della Marvel, Superman possa essere considerato una sorta di semidio (nel senso specificato precedentemente a partire dalle riflessioni nietzschiane, a causa soprattutto dell’assenza del dubbio). Questo non nega e non esclude la componente umana già insita nell’eroe kryptoniano e il conseguente processo di identificazione evidenziati da Eco.
 
Punisher

f) Il vigilante, ovvero l’“autoemarginato”

In questa parabola a nostro avviso discendente del tema del “diverso”, si incasella la figura del vigilante, ovvero quel personaggio (spesso senza superpoteri) che decide, incurante di tutto e tutti, di difendere l’umanità senza confrontarsi con nessun modello etico se non col suo. Questo tipo di personaggio nasce dialetticamente come popolarizzazione dei temi affrontati da Miller e Moore in casa DC negli anni ’80, come vedremo nel prossimo capitolo. Si tratta di personaggi inventati magari anni prima, come comprimari strani, ma che, negli anni ’90, prendono la dignità di eroi normali. Evidentemente qualcosa nel pubblico stava cambiando. Foolkiller è uno di questi eroi. Come dice il nome, non è sano di mente e punisce i criminali uccidendo. È un personaggio che sicuramente fa il verso al “V for Vendetta” di Moore.

Il personaggio di maggior successo, in tal senso, è, però, Frank Castle, The Punisher, una sorta di Rambo del fumetto, con una formazione prima da seminarista (ricordiamo, inoltre, che è italo-americano e cattolico) e poi da marine.

“Given his level of personal attachment to his military career, he was well on the road to becoming one of the nation’s finest Marines. But fate had other planes. While on leave, Castle took his wife and children to New York’s Central Park for a picnic. There, the family happened upon a scene of a mob hit. Finishing off their intended mark, the mobsters then turned their guns on the only witnesses to the crime. Only Castle escaped. As his family died in his arms, he was changed forever. Castle disappeared for several months […]. When the former Marine resurfaced. He had adapted his fighting skills to wage a one-man war on crime”
(Brady, New York, 2002, p. 123).

È interessante notare come dall’epoca del dubbio si sia tornati all’epoca della certezza individuale, che, aggiornata dopo l’epoca della problematizzazione, diventa per forza di cose, anarcoide e fascistoide. Questo tipo di eroe è chiaramente influenzato dalla “crisi del supereroe” avvenuta in casa DC a metà anni ’80 ad opera di Moore e Miller, così come vedremo nel capitolo successivo.
 
Iron Man (the movie)

g) Il supereroe Marvel negli anni ‘90: “diverso”, ma integrato

Solo un breve accenno alla situazione del decennio passato. Ci aiuta, questa analisi, a capire la portata che questi fumetti hanno sul pubblico e quanto siano specchio dei tempi. La Marvel degli anni ’90, infatti, esaurito il filone del “diverso” che, evidentemente, non è più sentito dal pubblico come un elemento forte, influenzata dalla concorrenza delle nuove case indipendenti un po’, per così dire, manierista – con una ricerca, cioè, soprattutto, dell’effetto speciale, del combattimento e dell’ipertrofismo muscolare al fine di evidenziare la bravura dei disegnatori -, pullulanti autori fuoriusciti dalla Marvel stessa, si è trovata a regredire in quanto a tematiche sociali e a rifugiarsi sempre più nell’entertainment. È interessante notare quanto le storie si avvicinino, per stile e per scelte editoriali, agli anni ’50 della DC, quando, cioè, si inventavano paradossi su paradossi e universi paralleli su universi paralleli, fino alla creazione del caos più totale (esistevano vari Superman di vari mondi, varie Wonder Woman, varie realtà contraddittorie, e così via).

Si noti, infine, l’operazione quasi scientifica di revisionismo. Nel fumetto, cioè, spesso si riscrivono le origini, sbiadendone, però, la portata sociale. Anche nel cinema succede lo stesso. I film sui supereroi, ormai diffusissimi, soprattutto fra le nuove generazioni che non hanno avuto modo di conoscere le storie originali, e curati dallo stesso Lee, primo inventore dei primi supereroi Marvel, narrano storie proprio diverse, assolutamente svuotate di ogni aspetto socialmente rilevante per calcare la mano sugli effetti speciali di cui sopra. Se si pensa, poi, che i temi, blandamente, rimangono, ma che quarant’anni dopo si tratta di temi assimilati, si capisce come la revisione, per mantenere lo spirito, avrebbe richiesto un approfondimento e un aggiornamento dei temi sociali. Si è scelto, invece, il percorso inverso, quasi a voler cancellare la storia, e in buona parte riuscendoci, ma, come accennavamo prima, sarebbe un argomento, questo, così vasto da richiedere uno studio apposito.
 
Dark Reign: Elektra

h) Il supereroe Marvel oggi: ritorno alla problematizzazione


Anche qui, per ora, solo un breve accenno. Il nuovo millennio si caratterizza per un ritorno di fiamma nei confronti della problematizzazione con, addirittura, un rilancio in tal senso.
A partire dal 2004, infatti, in casa Marvel, sarà l’epoca dei “crossover”, ovvero saghe che interessano, del tutto o in parte, un universo editoriale, o delle situazioni, ovvero fatti di grande rilevanza che interessano, in questo caso, tutto l’universo editoriale. Nel caso specifico, si comincia con “Secret War” e “Avengers Disassembled”, per poi passare a “House of M” e “Civil War”, fino a “Planet Hulk”, “Annihilation”, al recente “Secret Invasion” e a “Dark Reign”, tutt’ora in corso. Non descriveremo ognuno di questi eventi, per brevità, ma sottolineeremo, piuttosto, il fatto che, siano tutti pervasi da un certo senso di distruzione, di complotto e di totale sconvolgimento del già noto.

Ogni certezza, fondata, nell’universo Marvel, come abbiamo visto più sopra, si fonda sul grado di governatività. Ma, dopo questi eventi, niente è più chiaro. Tutto si mescola. Essere gli ex-filo-governativi non è più sufficiente perché, magari, si richiede un Atto di Registrazione con delle regole che non tutti approvano o perché non si sa se dietro un noto supereroe non si nasconda uno Skrull, ovvero un alieno invasore. In questo mondo così sconvolto accadono tanti fatti sconvolgenti, il più emblematico dei quali è la morte di Capitan America. E gli eventi sconvolgenti diventano sempre più estremi, fino a quello in corso, ovvero Dark Reign, dove avviene un vero e proprio capovolgimento fra eroi classicamente “buoni”, che diventano reietti e ex-cattivi o al limite, che diventano gli ufficialmente buoni. Il tutto in un mondo di suepereroi governati da Norman Osborn, ex-acerrimo nemico, nonché assassino della fidanzata dell’epoca, di Spider-Man, nelle vesti di Goblin.

Questi eventi ci fanno capire quanto la problematizzazione sia tornata in voga e quanto, ancora, i fumetti americani siano specchio della società. Bisogna, però, ricordare, anche, che il target è cambiato (più adulto) e che, dunque, i comic-book, hanno perso parte della loro universalità.
Anche la DC ha provato ad affrontare questo tipo di eventi, con risultati critici, ma non con gli stessi risultati di stravolgimento dei personaggi coinvolti (spesso le Lanterne Verdi), e dell’universo editoriale. I cross-over, nella fattispecie, sono stati “Zero Hour” , “Day of Judgement”, “Identity Crisis”, “Infinite Crisis”, il correlato “52”, “Sinestro Corps War”, “Final Crisis”, “Battle for the Cowl”, “Blackest Night”.
 
     
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